Lolita

Anni '60. La censura non da tregua. Anni '60. Kubrick decide comunque di mettersi in gioco. Anni '60. Kubrick cattura il pubblico.
Diciamoci la verità, probabilmente è proprio la sfida con la censura che lo stuzzica perché sa, e successivamente ne avrà la conferma, che è un buono stratagemma per farsi pubblicità e, quindi, avere successo...
Guardando "Lolita" (tratto dal romanzo omonimo di Vladimir Nabokov), si ha la sensazione di essere sempre in mezzo: tra i sogni di Humbert e la realtà con la quale questi sono costretti a confrontarsi. Ebbene, eccoci arrivati, perché il fulcro del film è proprio questo: Humbert e tutte le sue fantasie sulla piccola "ninfetta" (che, al dire il vero, all'epoca del film, come è stato tra l'altro molto criticato, non sembrava proprio una ninfetta!).
E' nell'atmosfera claustrofobica, nella sensazione di essere rinchiusi all'interno di una scomoda prigione, che Kubrick punta il dito. L'amore di Humbert è fasullo in realtà, magari è una fissazione, forse una perversione, probabilmente è affetto, ma quello non è certo amore...
La sua ossessione per la piccola Lolita lo porta a perdere il controllo, cercando e riuscendo a scaricarlo attraverso un soffocante bisogno di possederla, in tutti i sensi.
Una mossa molto astuta di Kubrick si rivela anche nella scelta dell'interprete di Humbert: James Mason è eccezionale in questa parte, ha delle espressioni perfette, che denotano la forte ambiguità del personaggio.
Peter Sellers da prova delle sue incredibili capacità camaleontiche (che arriveranno a toccare il culmine ne "Il dottor Stranamore"), ma anche Sue Lyon è molto brava nel ruolo di Lolita.
Il delirio di Humbert viene esplicitato durante i suoi incontri con Quilty, suo doppio, sua ombra, con il quale ha un rapporto speculare. E' proprio Quilty l'unico uomo che riesce ad instaurare il reale rapporto che Humbert vorrebbe avere con Lolita: ben poco idealizzato e romantico come il suo e molto più fisico, passionale, travolgente. Quilty fa di Lolita tutto ciò che, in fondo, ne avrebbe voluto fare Humbert. E' questo il reale motivo per cui lo odia così tanto, ancor più che per il fatto che riesca ad allontanarla da lui. Quilty è la parte di sè che Humbert non riesce e non vuole accettare, ma che allo stesso tempo sente di avere/essere. E' solo attraverso Quilty infatti, che riesce a soddisfare le sue più profonde e nascoste fantasie erotiche su Lolita, ma questa resta per lui solo una magra consolazione.
Il filo che regge il gioco tra Humbert e il suo doppio è molto sottile, tanto da domandarsi se esista realmente questo Quilty o se sia soltanto la folle proiezione di Humbert. Fondamentalmente però, non importa saperlo, perché è proprio questa ambiguità a rendere "Lolita" così interessante.
Il film di Kubrick ha la forza di non essere troppo drammatico, ma di proporre anche ciò che di satirico si poteva cogliere da questa storia, alleggerendo in questo modo, l'insostenibile morbosità che avrebbe reso il film troppo soffocante.
L'umorismo nero, infatti, è una delle sue migliori qualità; è attraverso di esso che Kubrick può raccontare l'immoralità del film, senza neanche scandalizzare troppo il pubblico di allora (e Sellers gli è molto d'aiuto da questo punto di vista: le sequenze in cui è presente suscitano un'ilarità particolare, ironica ed intelligente, nonostante si affrontino allo stesso tempo delle tematiche delicate).
Ciononostante, "Lolita" lascia in bocca un sapore amaro: nessuno può scampare al triste destino a cui è stato assegnato. L'unica sopravvissuta è proprio Lolita alla quale, comunque, non sembra spettare una vita facile, ne felice, ne tanto meno passionale come lei avrebbe desiderato.
Ciò crea un senso di tristezza, di vuoto, di impotenza per una vita che ci appare spezzata e sconvolta dal mondo crudele ed egoista degli adulti. Il suo entusiasmo, la sua vitalità, la sua freschezza... ora non esistono più e i colpevoli, nonostante siano in un modo o nell'altro, puniti per l'infelicità alla quale l'hanno indotta, non arrivano neanche a capirlo, come se Kubrick quasi si beffasse della loro ignoranza e della loro stupidità.
La visione pessimistica della storia, porta Humbert solo a scaricare la sua rabbia su Quilty, ma paradossalmente lo rende cieco sulle sue, sicuramente molto più gravi, colpe. La cosa più triste è che sappiamo che ciò neanche riuscirà mai a vederle, perché probabilmente rimane ancora, e forse rimarrà per sempre, accecato solo dalla sua ossessione. Se, dietro questa durezza e questa visione nera, si celano il rimpianto e il senso di colpa di Humbert, a noi non è dato saperlo, ma ogni cosa sembra comunque negare questo finale un po' troppo positivo. Anche perché, dopotutto, "Lolita" è e rimane un cerchio, un cerchio che si apre e si chiude con la distruzione e la morte (che tra l'altro è sempre presente, per tutto il film), come se ad esse non esistesse scampo.

 

(Michela)

Commenta questa recensione.